La telefonata
La pioggia batteva contro le finestre come se la casa fosse sotto assedio. Erano le undici passate, l'acqua correva a rigagnoli lungo il vetro del corridoio, e io stavo in piedi davanti alla porta della cucina con il telefono all'orecchio, a guardare la luce arancione dei lampioni annegarci dentro. "Torno tra un'ora," aveva detto Luana. "Due ore, al massimo. Non aspettarmi sveglio."
"Non fare tardi," avevo detto io.
"Promesso." Era la sua voce di sempre — quella che usava per calmarmi, per chiudere la domanda, per tornare a quello che stava facendo. Dolce, decisa, che non ammetteva discussioni. Avevo sorriso, avevo detto va bene, e lei aveva risposto con un bacio nell'aria. Poi il rumore del telefono che faceva clic. Solo che il clic non è arrivato mai.
Rimasi lì un secondo, due, con il telefono all'orecchio e il display acceso che continuava a segnare i secondi della chiamata, e dall'altro capo arrivarono voci attutite, musica bassa, un brindisi lontano. La festa. Poi, più vicino, il respiro di mia moglie — un respiro che cambiava, che si faceva corto, che conoscevavo fin troppo bene. "Così," disse una voce d'uomo, vicinissima al microfono. "Ancora più in fondo. Dai, Luana." Quella voce non era la mia.
Il cuore mi diede un colpo, poi riprese, più forte. Mi lasciai scivolare lungo la parete fino a sedermi per terra, la schiena contro il battiscopa, il telefono stretto tra l'orecchio e la spalla, e ascoltai. "Prendilo tutto," disse la voce. "Tutto, brava. Ti guido io."
Riconobbi Donato a quel punto — il collega, quello della festa a sorpresa, quello a casa del quale mia moglie sarebbe dovuta essere, a brindare con un bicchiere in mano. Invece era lì, in ginocchio accanto al viso di lei, e le parlava come se la conoscevasse da sempre.
Dal piccolo altoparlante è arrivato il suono di lei che lo prendeva in bocca — un suono umido, regolare, profondo, di chi va giù fino in fondo e ci resta, di chi lo fa con calma, per scelta. Il suono di una donna che non ha fretta di finire. Il suono di una donna che lo sta gustando. "Senti come ti riempie la gola", diceva Donato. "Senti come te lo prendi, puttana." Mia moglie mugolò qualcosa di incomprensibile, e lui rise, piano, un riso che le passò sopra come una carezza.
"Vedi come ti guido io?" continuava lui, e capii che stava parlando per qualcun altro, che voleva che qualcuno sentisse. "Giù. Su. Giù. Tutto dentro, amore."
Io, seduto per terra nel corridoio della mia casa, chiudevo gli occhi e vedevo la scena come se fossi lì — mia moglie a pancia in su, i capelli scuri sparsi sul cuscino di uno sconosciuto, la bocca aperta e piena, gli occhi lucidi che guardavano in su. Donato in ginocchio accanto al suo viso,una mano sulla sua nuca che ne accompagnava i movimenti, giù e su, senza fretta, padrone del ritmo.
"Che tette," disse lui, e la voce gli si abbassò. "Stasera sono belle piene, eh? Tienile su, fammele vedere." La mano destra le prese le tette. La sentii nei mugolii di lei, in quel piccolo sobbalzo che le scappò quando le dita gli si chiusero intorno al capezzolo e lo strinsero.
"E qua?" La voce di Donato scese ancora, quasi un sussurro, e capii che la mano gli era scivolata lungo il ventre fino alla figa. "Sei tutta bagnata, Luana. Ma quanto sei bagnata?" Lei emise un suono che era metà protesta e metà preghiera, e lui ci rise sopra, dolce.
"Lo vedi? Ti piace. Ti è sempre piaciuto, solo che non lo dicevi." Con me non era mai stata così. Con me, in sette anni di matrimonio, la sua bocca era sempre stata un gesto da sbrigare — un favore, qualcosa da fare prima di arrivare al resto. Non l'aveva mai preso tutto. Non l'aveva mai tenuto giù in gola finché le lacrime non le rigavano le guance. Non l'aveva mai ingoiato.
Io glielo avevo chiesto, una volta. "Perché con me no?" E lei aveva riso, quel riso leggero con cui chiudeva ogni discorso: "Perché no." Adesso lo sapevo, il perché.
"Più profondo", diceva Donato. "Ancora. Così, brava. Senti come ti passa in gola." E lei lo faceva. Lo faceva, e gemeva, ei suoi mugolii arrivavano attraverso il telefono, attraverso la pioggia, attraverso i chilometri di città che ci separavano, e mi si piantavano in mezzo al petto come chiodi. Poi una seconda voce entrò nella stanza.
"Donato, la vaselina. Passamela." Un uomo che non avevo mai sentito. Una voce più grave, più roca, che parlava vicinissima al microfono — o forse vicino a lei, piegato sopra di lei, perché nel fruscio si sentiva il movimento della pelle, il peso che cambiava posto, lo scricchiolio di un letto che conosceva già il suo carico.
"C'è un altro," dissi ad alta voce, da solo, nel corridoio. "C'è un altro uomo."
La voce roca riprese, e nel parlare le tremava il fiato, come se stesse dicendo quelle parole mentre era già dentro di lei: "La figa è troppo bagnata. Sento poco. Voglio entrarle nel culo." Il silenzio, dall'altra parte. Poi il lamento di mia moglie — un suono strozzato, perché aveva ancora la bocca piena — e capii che aveva sentito, che aveva capito, che stava decidendo.
"Luana." La voce del secondo uomo si fece più morbida. "Ti faccio venire. Te lo prometto. Fammi entrare."
"Mamma mia," mormorò lei, e la voce le uscì di lato, strozzata, intorno al cazzo di Donato. "Mamma mia, non so se..."
"Lo sai," la interruppe Donato, dolce come non l'avevo mai sentito con nessuno. "Lo sai che lo vuoi. Inarca la schiena, amore. Fai come dice." E lei lo fece.
Sentii il secondo uomo muoversi,le ginocchia che si piantavano nel materasso ai lati delle sue cosce, le mani che le aprivano le natiche. Sentii il suo respiro farsi corto, e la voce di mia moglie che ripeteva, piccola: "Piano. Piano, ti prego."
Ma non era una supplica. Era una richiesta. Lo capii dal modo in cui le sue mani cercarono la base del cazzo di Donato e lo guidarono, dal modo in cui la sua bocca risucchiò, dal modo in cui tutto il suo corpo si offrì — la schiena che si inarcava, il culo che si alzava dal materasso per agevolarlo, per aprirsi. "Così," ansimò il secondo uomo. "Così, cazzo. Che culo che hai." E poi la prese.
Il grido di mia moglie partì dal fondo della gola e rimase lì, intrappolato, mentre il suo corpo si tendeva tutto in un arco — la schiena inarcata, i fianchi sollevati, la bocca ancora piena di Donato — e le sue mani si serrarono sulle cosce di lui come per non cadere. "Donato," gemette, e il nome del collega le uscì rotto, a metà . "Donato, io sto venendo. Sto venendo, cazzo."
"Vieni," disse Donato, e la sua voce era un ringhio, le mani nei capelli di lei che la tenevano giù, che la spingevano più a fondo. "Vieni, e aprimi la bocca. Apri, che ti riempio."
Lei venne mentre il cazzo del secondo uomo le entrava nel culo fino in fondo — la sentii tutta, il tremore che le correva lungo la schiena, il lamento lungo, spezzato, che le uscì di bocca e diventò un suono di gola, un suono di chi sta prendendo tutto quello che può. E Donato le tenne la testa ferma, giù, e ci venne dentro. "Brava," disse dopo, con la voce rotta, ancora un po' ansimante. "Brava. Hai ingoiato tutto."
Mia moglie deglutì. La sentii deglutire, chiara, attraverso il microfono, attraverso i chilometri, attraverso la pioggia — quel suono piccolo, preciso, che in sette anni non avevo mai sentito fare per me. Poi, dall'altro capo, un clic. Questa volta è arrivato il clic. La chiamata si chiuse, il display si spense, e restai seduto per terra nel corridoio, con il telefono ancora stretto in mano e la pioggia che batteva contro le finestre. Torna tra un'ora, aveva detto. Quando sarebbe tornata, avrei saputo riconoscere il sapore dei suoi baci.
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